Biogas: come l’agricoltura italiana sostiene il phase out del carbone

Intervista a Piero Gattoni, Presidente CIB (Consorzio Italiano Biogas)

Con il dottor Piero Gattoni, Presidente CIB – Consorzio Italiano Biogas – scopriamo il processo innovativo che si svolge all’interno delle aziende agricole italiane nel quale viene prodotto il biogas, che attraverso un processo di upgrading, può generare biometano rinnovabile, che rappresenta una risorsa importante per il phase out del carbone e il futuro del pianeta, e ha fatto sì che queste nostre aziende, in Europa rappresentino un esempio di eccellenza nel quale la produzione di bioenergia convive con quella del food tradizionale.

Cos’è il CIB e qual è il suo ruolo nel phase out del carbone?

Il consorzio oggi è una piattaforma di confronto e di interlocuzione tra i produttori agricoli e il mondo dell’industria del gas e delle diverse tecnologie che sono coinvolte nel processo di digestione anaerobica. Siamo partiti dieci anni fa aggregando i primi produttori di biogas in agricoltura che avevano investito nel sistema anaerobico perché sentivamo la necessità di avere un momento di confronto su questa innovazione tecnologica che stavamo sperimentando. Nel corso degli anni abbiamo aperto il consorzio anche all’industria perché riteniamo che per un settore così complesso sia imprescindibile confrontarci anche con chi ci fornisce risorse fondamentali e strumenti innovativi indispensabili per gestire i nostri impianti.

Oggi con circa 700 soci-produttori e oltre 100 industrie siamo un po’ laboratorio di quelli che sono gli sviluppi possibili della diffusione di gas rinnovabile e di biometano nel nostro Paese. Nel corso degli anni il Consorzio è servito anche per darci una strategia di orizzonte di lungo periodo rispetto ai nostri investimenti, dal momento che ci siamo resi conto che il biogas, e il biometano, sono molto più di una bioenergia per le nostre aziende perché ci permettono di cambiare in modo strategico la nostra architettura produttiva. E abbiamo aperto il nostro tavolo anche alle Istituzioni per cercare di migliorare la normativa del settore.

Le Istituzioni sostengono le vostre tematiche, almeno sul versante delle normative?

Noi abbiamo passato un periodo in cui l’agroenergia è stata particolarmente promossa, come le altre fonti rinnovabili. C’è stata grande attenzione quando gli obiettivi erano più che altro quelli di aumentare la percentuale di utilizzo delle fonti rinnovabili. Poi, come sempre accade, abbiamo avuto un’interlocuzione un po’ più complicata per il dibattito che si è acceso sui costi del supporto alle rinnovabili. Oggi però, attraverso un modello in cui c’è un approccio integrato tra sviluppo, ambiente e produzione di energia rinnovabile, siamo diventati un punto di riferimento, tornando ad interloquire positivamente con le Istituzioni e con coloro che hanno responsabilità in questi ambiti. Siamo fortemente convinti che senza bionergia fatta bene, e senza un’agricoltura in grado di produrre di più, con meno, non si riuscirà a trovare la soluzione al grave problema climatico che stiamo fronteggiando.

Dove inizia la “filiera” istituzionale?

Sicuramente da Bruxelles, e quindi dalla UE, dalla quale provengono le normative ambientali che devono, poi, essere recepite e applicate dai vari Stati membri. Inoltre, c’è il ruolo importantissimo del governo nazionale che riguarda i recepimenti e le direttive di indirizzo, il supporto e la gestione ambientale. Infine ci sono le norme che riguardano la conduzione dei nostri impianti che spesso, nel nostro paese, a livello regionale, hanno delle diversità di interpretazione di cui non se ne comprende la motivazione. Avremmo bisogno di una certa omogeneità normativa sul territorio nazionale e di criteri certi. Il Consorzio sostiene gli associati anche su questo.

L’innovazione nel mondo agricolo, oggi, passa anche attraverso la produzione di biometano. Come?

Il biometano rappresenta un nuovo potenziale mercato al quale le aziende agricole possono partecipare da protagoniste, in quanto la digestione anaerobica permette di valorizzare le diverse produzioni e sottoproduzioni agricole locali in maniera sostenibile e di produrre la molecola energetica che può essere poi utilizzata, attraverso la rete distributiva. Grosso vantaggio della digestione anaerobica è la capacità di generare, in maniera sostenibile, quantità importanti di molecola energetica - provenienti anche da parte di piccole realtà produttive - che possono poi essere immesse nella rete di fornitura del gas e quindi utilizzate in vari luoghi. La nostra visione si fonda sul concetto che una bioenergia deve cambiare il modo di fare agricoltura nel futuro. L’agricolo è, ancora oggi, un settore che contribuisce in maniera significativa alla produzione di emissioni, il biometano stimola la costruzione di un nuovo paradigma produttivo circolare nel quale le aziende possono tornare ad intensificare anche le proprie lavorazioni producendo di più con minore impatto ambientale. Altro punto fondamentale di questa trasformazione è ottenere, dall’altra parte di questo processo anaerobico, il digestato che è un fertilizzante organico ricchissimo che ci serve per riportare sostanze organiche nel terreno.

Può spiegare in modo semplice come avviene questa produzione di biogas?

Alcuni batteri sono capaci di trasformare, in ambiente privo di ossigeno, gli scarti organici di un’azienda agricola in due prodotti: molecole energetiche e digestato. Ma èpiù comprensibile se parto dalla mia esperienza diretta: la mia azienda alleva vacche da latte per la produzione di parmigiano reggiano. Nel momento in cui ho inserito nel processo del ciclo aziendale questi “digestori”, è come se mettessi tutti gli escrementi zootecnici e i sottoprodotti della mia produzione in un grosso pentolone dove, in assenza di ossigeno e a temperature elevate, viene prodotto del biogas con tutto materiale rinnovabile. Alla fine del percorso ho aumentato il reddito dell’azienda, ho valorizzato quelli che prima erano dei costi, perché dovevo comunque distribuire i miei liquami, ho ridotto sensibilmente l’uso di fertilizzanti chimici e ho arricchito di carbonio il terreno. In pratica riesco a produrre di più, con minore impatto e soprattutto con una quantità maggiore di carbonio che, invece, re-immetto nel terreno.

In che maniera il vostro biogas entra nella rete di distribuzione del gas?

Attraverso una richiesta di allaccio alla rete di trasporto o di distribuzione del gas naturale. Come CIB stiamo quindi stimolando degli accordi tra le nostre aziende associate e partner industriali, come accaduto con Eni a San Nazzaro qualche giorno fa. In Italia abbiamo sviluppato, nel corso degli anni, una rete di distribuzione molto capillare che ci permette di poter immettere, da subito, il nostro biometano, con un duplice effetto: ridurre i costi del trasporto e le emissioni di CO2 ad esso connesse, oltre che quelle emesse dalle nostre aziende.

Ma tecnicamente come avviene il passaggio come avviene?

Innanzitutto attraverso un processo di raffinazione del biogas in biometano in cui la parte di CH4 viene separata da quella di CO2. A seguito di questa separazione, o viene compressa e immessa direttamente nella rete di distribuzione oppure viene liquefatta, magari ancora da noi, e portata nei depositi destinati allo stoccaggio. In entrambi i casi noi abbiamo la possibilità di vedere il nostro prodotto valorizzato. Riteniamo strategico il ruolo del gas perché ci permette di essere parte attiva di tutto questo processo di “valorizzazione virtuosa”. Riteniamo quindi che bisognerà fare di tutto per rendere più accessibili e meno onerosi gli allacci tra noi e le industrie distributrici. Stiamo portando avanti tutto questo con l’Autorità ARERA, e dovremmo partire con gli allacci già nel 2019. Il modello che stiamo costruendo prevede diverse opportunità e, quanto più le nostre aziende si porteranno verso la fase di distribuzione tanto più andranno a prendersi parte del valore aggiunto, oppure si potranno fermare prima, cedendo la molecola del biogas che tratteranno i soggetti industriali. Volendo banalizzare, per noi è come decidere di vendere il latte o decidere di costruire un caseificio e vendere formaggio a qualcuno che lo distribuisce. Magari, in futuro, si potrà arrivare fino “allo scaffale” di vendita.

Qualche giorno fa è stato presentato il nuovo Report Navigant Energy e il biometano occupa l’intero capitolo 2...

Il biometano è per noi il principe dei gas rinnovabili perché viene prodotto attraverso matrici biogeniche. Lo si può produrre anche attraverso altri processi che utilizzano fonti rinnovabili e,in questo Report sono citati alcuni studi che ne stimano il potenziale, prudenziale,intorno ai 270miliardi di metri cubi di gas rinnovabile producibili in Europa. Il Report è servito al “Consorzio gas for climate”- costituito dalle aziende che si occupano della distribuzione del gas - per ricordare ai “decisori” europei che quella del gas è un’infrastruttura strategica e il gas rinnovabile ha un ruolo fondamentale per realizzare l’obiettivo, fissato al 2050, di avere in Europa un sistema energetico decarbonizzato. L’output principale di questo percorso è che se riusciremo a realizzare, in uno scenario ipotetico in cui ci sia energia rinnovabile e ben 270 miliardi di metri cubi di gas rinnovabile in Europa, utilizzando le infrastrutture del gas esistenti, i consumatori avrebbero un risparmio di oltre 170 miliardi di potremo raggiungere l’obiettivo del 2050. L’utilizzo del gas rinnovabile, nella nostra visione, è fondamentale per poter arrivare ad un percorso di decarbonizzazione a costi sostenibili per la collettività. A maggior ragione, e lo dico da italiano che ritiene che dobbiamo partecipare attivamente a questo processo importantissimo per la salute del pianeta, ma dobbiamo farlo utilizzando quell’eccellenza italiana che è l’industria del gas. Con questa eccellenza dobbiamo per forza saper essere protagonisti in Europa in questa partita energetica.